Monkey See, Monkey Do
Monkey See, Monkey Do
“Hai intenzione di startene così tutto il giorno?”
La figura sfocata di Madre si faceva largo a forza tra le nebbie opache della vista assonnata di X. Si stagliava severa tra gli stipiti della porta, Madre, illuminata da dietro dalla luce del sole di mezzogiorno che entrava prepotente dalle finestre della casa. X se ne stava sdraiato in maniera a dir poco scomposta, il letto ridotto un campo di battaglia, le mutande che a malapena coprivano i gioielli di famiglia del ragazzo.
“Non rompere, Madre” biascicò con la bocca impastata dal fumo e dall’alcool della notte prima. Era stato a casa del Sorcio, quel tipo che aveva conosciuto al parco qualche settimana fa. Aveva fumato erba e bevuto birra che sembrava piscio con le bollicine fino alle prime luci dell’alba, quando Mauro l’aveva riportato a casa su quel bidone di auto che si era comprato con i soldi della stagione estiva (“Sennò col cazzo che mi muovo da qua” aveva detto X all’amico tra le suppliche per il passaggio).
Si rigirò nel letto per non essere disturbato dalle luci esterne, per cercare di riprendere sonno, ma la Madre era ben risoluto a farlo scendere dalla branda oggi. La donna si fece strada tra i mucchi di vestiti sporchi per terra, noncurante di schiacciare sotto i suoi piedi preziosi CD o altre cianfrusaglie, e arrivata alla finestra tirò su la tapparella, facendo esplodere la stanza di una fastidiosissima luminosità anti-sonno.
“Cazzo, Madre! Ma non hai altro da fare in casa che non richieda di fratturarmi lo scroto cercando di buttarmi giù dal letto?” disse X. O almeno, pensò di dirlo, ma sapeva che una simile uscita lo avrebbe condannato ad una delle torture peggiori conosciute dai disoccupati a carico dei genitori: la tremenda sfuriata del genitore incazzato. Una lunga predica fatta da grida, pianti, discorsi sulle responsabilità, sulla maturità e altre cazzate del genere.
Perché X era oramai disoccupato da ben tre anni. Aveva preso il diploma a 19 anni, un pezzo di carta che attestava la sua maturità sociale e che gli avrebbe permesso di trovare lavoro come ragioniere in qualche buco d’ufficio. Non volendosi arrendere all’idea di marcire per sempre tra cumuli di scartoffie e colleghi d’ufficio insopportabili aveva deciso di iscriversi alla facoltà di filosofia, convinto che la cosa avrebbe elevato il suo spirito e gli avrebbe dato modo di capire cosa fare della sua vita. Dopo qualche mese di lezione capì che la sua vita e la filosofia correvano su rette parallele, e non avendo voglia di aspettare all’infinito perché si toccassero abbandonò la facoltà e si prese un “anno sabbatico” (con gran gioia di Madre e Padre, che sbraitarono per due settimane contro il povero ragazzo).
Finito il “periodo di riflessione” provò ad inserirsi nel mondo del lavoro. La sua prima avventura fu in un ufficio di un amico di Padre: buste paga, archivi, segreteria. Nel giro di due mesi il massimo guadagno che aveva ottenuto era stato uscire con la figlia di uno dei colleghi, una che manco c’era stata. Stanco di lavorare per uno stipendio da fame svolgendo mansioni che al massimo del meglio si potevano definire “tediose”, si licenziò alla ricerca di un’occupazione più gratificante. Fece il gelataio per un paio di settimane, ma quando capì che il contatto umano lo innervosiva scappò anche da quel lavoro. Provò come impiegato in fabbrica, ma il lavoro era troppo alienante e non durò che un mese.
X decise allora di prendersi un altro breve periodo per riordinare le idee. Tornare a studiare? No, troppo scazzo. E che avrebbe studiato poi? Niente lo interessava. Trovare un lavoro migliore? E dove? In una cittadina come N… non ci sono molte opportunità di carriera diverse da quelle già provate. Pensò di girare un po’ il mondo, vedere posti nuovi, magari trovare qualcosa di interessante all’estero. Ma con quali soldi? Quelli del lavoro erano andati via tutti in videogames, fumetti, vestiti, alcool e erba. I Genitori mai gli avrebbero fatto un prestito per andare in giro a cazzeggiare amenamente.
Così aveva optato per l’unica via possibile: fare il figlio a carico fino a data da destinarsi. Avrebbe dato una mano in casa e in cambio Padre e Madre l’avrebbero mantenuto finché non avesse capito il senso della sua esistenza. Da quella decisione sono passati circa tre anni, durante i quali non aveva mai fatto un minimo per dare una mano ai lavori casalinghi di Madre (se la cavava benissimo da sola), non faceva altro che dormire fino a tardi e quando si svegliava si metteva in “ameba mode” davanti al PC o usciva per stare a casa di qualche “socio” a fumare, bere e (ogni tanto) scopare.
Eccomi qua a scrivere cose che non interessano a nessuno. Lo faccio per il gusto di scrivere, tutto qua.
Lentamente sto rimettendo a posto quell’accozzaglia di fatti, persone, sentimenti e ricordi che mi hanno detto di chiamare “vita”. Mi sono trovato un appartamento, sto cercando un lavoro con cui mantenere me e le mie passioni. Sto pensando seriamente di rimettere in sesto anche il mio fisico, buttare giù la pancia che s’è accumulata negli ultimi tre anni. Poi, con lentezza, con il tempo che ci vuole alle cose preziose per diventare tali, arriverà anche l’Amore, o un suo surrogato (anche se inizio a credere che non sia altro che una trovata commerciale oramai).
Era un sacco che non scrivevo. Una volta tenevo un blog, ma ho smesso quando mi son reso conto che tutto quello che ci scrivevo dentro non era altro che autocommiserazione ad alto livello. Poi la mia psicologa mi ha fatto tenere un diario: per tre/quattro mesi scrivevo i miei sentimenti, le mie disavventure, le mie idee su quei pezzi di carta. Alla fine mi ho capito che mettere per iscritto certe cose mi faceva male, era come se stessi incidendo ogni errore che facevo sulla mia carne viva.
Ora c’è questo “tumblr.” - che sinceramente ancora non ho ben capito cosa sia. Mi ero iscritto così, per vedere cos’era (in realtà il motivo è un altro), ma non avendo un accesso fisso al web non ho potuto farci molto con il mio account. Ora ho internet, posso passare tutto il mio tempo a surfare in rete (almeno finché non trovo un lavoro), e mi son detto “Almeno una volta sfruttiamolo questo dannato account!”. Ed eccomi qua, a scrivere perché ne ho voglia, perché a nessuno interessa tutto questo (o almeno non interessa a chi dico io), solo per il gusto di farlo, per sentirmi un po’ libero, per sfogarmi, per non rendere inutile un account.
Per chiunque abbia letto e gradito, grazie per l’attenzione e arrivederci.
N.B.: Non so se o quando scriverò ancora. Magari già domani, magari tra un mese, magari mai. Intanto devo capire cosa fa questo “tumblr.” e capire come posso sfruttare questo spazio virtuale.
E. A. Poe - The Raven